aprile 12th, 2012 — 11:27pm

Le luce blu dei neon, il brusio, il fumo che impregnava i vestiti comprati nei negozi di seconda mano, gli stivaletti neri di pelle col tacco alto, che ammiccavano a passati turbolenti e a marciapiedi nascosti di Berlino est.
Sul palco, i pick up di una Fender Telecaster serie ’72, irresistibilmente vicini all’amplificatore, producevano quel famigliare sibilo acuto pre-concerto, che si spegneva nel momento in cui il chitarrista l’imbracciava. Il batterista dava un ultimo giro di sgabello per regolarne l’altezza, il bassista si passava le dita affusolate nella ciocca di capelli neri che gli ricadeva sul viso. Mi piaceva quella sorta di sospensione temporale, quella manciata di secondi di silenziosa attesa, prima dell’inizio del concerto.
[continua]
[forse]
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aprile 8th, 2012 — 5:28pm

Oggi ho assisto alla messa pasquale più agghiacciante di sempre, talmente agghiacciante che se Nostro Signore avesse assistito anche lui, si sarebbe di certo rivoltato nella tomba.
E’ cosa nota, che l’andare a messa in certi paesini italiani con densità di popolazione minore alle seicento unità, rappresentava l’avvenimento socio-mondano più importante della settimana, che ben poco aveva a che fare con la ricerca ontologica di Dio. Raccontava mia nonna della sua mamma, che andava ogni martedì dalla campagna al mercato del paese a vendere uova di gallina. Ogni uovo, una Lira. Ogni Lira, un centimetro in più di stoffa fiorata, con cui cucire graziosi vestitini da far indossare alle otto figlie da maritare, per la messa della domenica.
Comunque, il prete di oggi era un mio ex compagno di liceo, a quei tempi ossessivamente appassionato del film “L’esorcista”; uno dei tanti che ha preso troppo sul serio le bolle del Concilio ecumenico Vaticano II, le quali hanno cambiato il concept della funzione eucaristica da rituale simbolico e spirituale a talent show che va incontro ai gusti prettamente pop dei credenti e dei poveri in ispirito. Certo, meglio così che quando davano fuoco alle streghe e a quelli troppo fissati con le leggi della fisica.
Ho intravisto Ratzi al Tg, stanco e abbacchiato. Immagino che se ne andrà bofonchiando tra sé e sé un “ve l’afefo detto”, riferendosi a questo relativismo culturale imperante e additando l’egemonia ammerigana fatta di missili democratici e film della Disney che chissà dove ci porteranno, signora mia. Che poi, quello prima di lui diceva le stesse cose ma risultava più simpatico oltre che nettamente più telegenico. Me lo immagino anche mentre, nelle stanze più segrete, ironicamente sussurra “eh, tornasse quell’Adolf”.
Tralasciando certi pensieri di dubbio gusto, ogni tanto rivolgo domande a campione a qualche coetaneo, del tipo: “ma tu ci credi nell’anima?”, “tu le senti le vibrazioni?”, “c’era vita prima della vita?”, “secondo te gli alieni esistono?”. Le risposte me le sto appuntando su un taccuino.
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marzo 31st, 2012 — 2:45pm

Ho passato l’esame da giornalista in meno di tredici minuti e questo probabilmente è dipeso dal fatto che quello prima di me, alla domanda “qual è il capoluogo della Basilicata”, abbia risposto Napoli.
Ho visto molti miei coetanei scegliere questo mestiere per ragioni decisamente nobili come, ad esempio, sconfiggere la criminalità organizzata italiana, difendere i diritti dei bambini poveri, eventualmente fornire alle masse un resoconto dettagliato della Notte degli Oscar, magari scrivere una recensione (obiettiva) sull’ultimo album del cantante preferito, foss’anche Luciano Ligabue. I maliziosi hanno sospettato che le ragioni sottaciute di molti studenti di Scienze della comunicazione si annidassero in una firma su carta stampata da far appendere ai genitori in salotto o nel trovarsi a condurre un Tg in prima serata con la stessa motivazione per cui si fanno i provini al Grande Fratello. Nessuno di questi, tranne qualcuno definito “cinico” da una me giovanissima, ha mai ammesso che si tratta di un mestiere che dà un tono con poca fatica. Quasi tutti abbiamo continuato a cercare la verità nelle parole piuttosto che nei fatti.
Credo che la voglia di far la giornalista mi sia venuta in primo liceo quando mi son detta che era arrivato il momento di dare una risposta che non fosse “il Presidente della Repubblica” a chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande. Scartata l’ipotesi di fare il medico e la pianista, non rimaneva che adeguare i progetti lavorativi ad una naturale curiosità onnivora, di quelle che ti portano a non farti i fatti tuoi anche quando sai benissimo che dovresti. In quel momento, ho anche capito l’importanza dell’uso corretto del congiuntivo, notarne l’eleganza e ammettere a se stessa quanto sia difficile usarlo, soprattutto se vieni dall’entroterra ciociaro a ridosso delle montagne abruzzesi.
A metà esame, il presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio e del Molise, Bruno Tucci, mi ha raccontato il notissimo aneddoto del direttore del Corsera che, assumendolo, gli intimò di scrivere usando al massimo soggetto, verbo e predicato, “e se per caso sente l’esigenza di usare un aggettivo, mi chiami”. Volevo dirgli che in questo modo è venuta su una generazione di giornalisti con una discutibile coscienza critica ma l’esito dell’esame non credo ne avrebbe giovato. Al primo posto i fatti, al secondo le parole.
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