maggio 28th, 2014 — 4:46pm

Il like di sincero apprezzamento, il like segno e leggo dopo, il like ho sbagliato a cliccare, il like perché sei mio amico, il like è una schifezza ma sei comunque mio amico, il like di umana pietas, il like ironico, il like sarcastico, il like cinico, il like manifestazione verticale di un desiderio orizzontale, il like ci mettiamo in affari insieme, il like per fare up, il like fake, il like rock, il ma dove vai se il like non ce l’hai, il like perché non mi va di risponderti adesso su whatsapp, il like sbrigati a rispondermi su whatsapp, il like che manco ho letto il post, il like per fare squadra, il like perché c’è un gattino, il like di tua madre, il like sono un tuo ex ma siamo rimasti amici, il like ok me lo compro, il like ah ha ha che cagata, il like bella la foto ma non ho letto il testo, il like avevo capito un’altra cosa, il like che non misi, il like che non c’era, il like per simulare spirito aziendale, il like così pensi che m’importi qualcosa ma non è assolutamente vero, il like annoiato, il like entusiasta, il like così un giorno ricambierai il like, il like strategico, il like ingenuo, il like grazie per aver condiviso questo interessante contenuto, il like per interposta persona, il like insider trading, il like che te lo meriti per l’impegno, il like che sennò s’insospettiscono, il like di cuore, il like ma guardate questo scémo, il like per favore pensateci voi, il like non voglio nessuna responsabilità, il like #bellochessei, il like vorrei essere come te, il like meno male che invece no, il like del facciamo pace, il like passivo-aggressivo, il like che toglie ogni sospetto, il like ipocrita, il like cattocomunista, il like grillino, il like renziano, il like fashion, il like hipster, il like borghese, il like autentico, il like malinconico, il like che marca il territorio, il like così t’ingelosisci, il like magna tranquillo, il like quando nessuno ti mette like.

♪♫ and I like it, I like it, I like it ♪♫

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maggio 3rd, 2014 — 10:41am

Ero appena entrata nella pre-adolescenza e all’epoca, le mie personali Oriana Fallaci e Camilla Cederna erano rispettivamente zia Simonetta e mamma Marina: due nomi anni ’70 per due donne nemiche e amiche. La prima con un temperamento ribelle e passionale e mia madre, sempre passionale e ribelle ma in maniera più coscienziosa e ingenua. I miei gusti in fatto di letture erano influenzati dalle loro letture.

Mamma ha sempre letto romanzi. Tanti romanzi. Libri con delle storie vere, potenti, straordinarie, belle. I suoi preferiti erano quelli con un finale illuminante, una morale netta e positiva, un mondo con buoni e cattivi e una posizione da prendere per scegliere da che parte stare. Libri con dei drammi. Tanti drammi. Abbiamo una libreria piena di Dickens, Austen, Balzac, Tolstoj, Flaubert (i nervi che le ha fatto venire quella piagnona di Madame Bovary), Stevenson, Irving, «La mia africa», «Cime tempestose», «Il diario di Anna Frank» e tutta la letteratura di formazione. Senza disdegnare gli Harmony. Cataste di Harmony ammucchiati ovunque, Harmony nascosti sotto i divani, chiusi e nascosti in fretta sotto i cuscini appena sentiva entrare qualcuno in casa, retaggio di un’opposizione feroce alla lettura da parte di nonna Assunta.

Mia zia, invece, era quella che leggeva libri, che nel basso Lazio, a metà degli anni ’90, erano definiti “diversi” e “particolari”. Cioè – per dire ‑ «L’arte di amare» di Eric Fromm, «L’interpretazione dei sogni» di Freud, le poesie di Pablo Neruda. Saggi, poesie e raccolte di racconti. Mamma, che se li era pure letti, li odiava. Per lei erano libri pretenziosi che non raccontavano nessuna storia ma che appunto pretendevano di dirti come vanno davvero le cose a questo mondo o come fare per far-andar-bene-le-cose-a-questo-mondo. Libri con una morale alla rovescia. Zia esaltata da un sentimento di rivoluzione sessantottino, mamma sospettosa. A lei sembrava fuffa. «Quei libri – diceva – ti fanno il lavaggio del cervello peggio di certe domeniche a messa».

C’erano, però, dei punti di contatto. Ho visto entrambe ridacchiare nascoste nel sottoscala, su una famosa copia di “Chi” che andò esaurita, quella con le foto di Daniel Ducruet, l’allora marito di Stefania di Monaco, che fa le capriole con una spogliarellista.

L’altro punto di contatto era Gabriel García Márquez.

Era zia Simonetta ad avere in libreria l’opera omnia di García Márquez. Io lo consideravo la versione difficile di Isabel Allende di cui avevo letto «La casa degli spiriti», che mi era piaciuto tantissimo, e «Eva Luna», che non mi era piaciuto (tranne il nome della protagonista, uno di quei nomi che ti piacciono quando hai undici anni, tipo Celeste o Topazio). Avevo appena finito di leggere «Il nome della rosa», considerato un mattone pesantissimo un po’ da tutti (cioè da mamma, zia e la professoressa d’italiano delle medie) e gasata da questo fatto che «così giovane ma già legge di questi mattoni pesantissimi», m’ero fissata che avrei espugnato anche «Cent’anni di solitudine», cosa che a prima botta invece non mi riuscì e a dir la verità non riuscì neanche a mamma. Zia, invece, l’aveva letto e questo suo continuo ribadire che era un libro bellissimo c’irritava non poco.

Grazie a tutta la calma concessami dall’estate tra seconda e terza media, finalmente espugnai «Cent’anni di solitudine», disegnando anche io (come immagino abbiano fatto tanti altri) l’albero genealogico della famiglia Buendía. Poi mi dedicai all’intera bibliografia di Gabriel García Márquez. Lessi tutto, anche i racconti (io non leggo racconti e se li leggo non mi danno nessuna soddisfazione). E quando l’altra mattina, la radio ha detto che era morto, mi sono ricordata del momento in cui avevo finalmente capito perché era così importante che Aureliano Buendía si fosse ricordato di quella volta che suo padre lo portò a scoprire il ghiaccio, di fronte al plotone d’esecuzione. Di Remedios morta di parto e di Remedios la bella che faceva impazzire gli uomini. L’ultimo suo libro che ho letto è stato «D’amore, morte ed altri demoni», quelli con la ragazza dai capelli rossi e lunghissimi che sono continuati a crescere anche dopo la sua morte. Mi ricordo dei pesciolini d’oro, come cantava anche De André. E di una ragazza che veniva punta da una rosa e che non smise mai di sanguinare e che nessuno scrive al colonnello, la sabbia, la calce sui muri, il sole, le piogge torrenziali, gli zingari, gli stregoni e le prime notti di nozze.

Anche mamma è riuscita ad espugnarlo alla terza lettura. Lo ha trovato bellissimo. Ancora, quando lo dice, si percepisce l’irritazione.

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aprile 19th, 2014 — 10:00am

M’informano gli Internet che la percentuale di recensioni positive dell’ultimo film di Wes Anderson è del 92%. Di conseguenza, essere travolta dal piacere di trovarmi nel restante 8%; è il brivido della nicchia, è il fascino dell’intercapedine, è la leggendaria fessura di cui Wes Anderson vorrebbe essere il Re. Prendo una recensione positiva a caso, quella dell’amico Bruce Ingram del Chicago Sun-Times: lo definisce un crowd-pleaser (un alletta-popolo), facendogli fallire di colpo l’obiettivo di essere un regista alternativo. Me ne compiaccio.

Ma di cosa parla questo Hotel Rimini Miramare, del regista nato a Houston, Texas? Come per gli altri film, si tratta di una riflessione narrata con estrema perizia sulla carta da parati vintage, con digressioni astratte ma pregne di significato sulle poltrone in velluto rosso, le moquette polverose, le scatoline rosa con nastrino verde, le balconate rococò. Tutt’intorno, svariati personaggi, venuti fuori dal generatore automatico di personaggi di Wes Anderson, esclamano continuamente la seguente spiritosaggine: «Europa, sei stramorta, però sei così terribilmente carina».

La sala del cinema Olimpia ride. Io mi sento come quella volta che Elisabetta Canalis disse «Gentrifichèscion» al Festivàl di Sanremo. Vicino a me, uno con la faccia da autore Rai dorme dal decimo minuto. Lo capisco e nel frattempo faccio il calcolo mentale delle persone che domani metteranno come loro nuova cover di Facebook, la facciata rosa del Budapest Grand Hotel, che a me ricorda terribilmente la casa dei Sogni di Barbie con l’ascensore.

Comunque è vero che i film di Wes Anderson sono intrisi di malinconia. È lo stesso mal sottile riscontrabile nelle foto su Tumblr dei parchi giochi statunitensi alla Fiera dell’agricoltura del Midwest. Vi lascio con la certezza che quando i vostri amici chiederanno «allora, com’era il film?», risponderete: «Carino».

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